Sono Ronaldo

Il giorno che papà sbagliò (e come Ronaldo ci aiutò a capire)
Una storia di imbarazzi, monocigli e una scintilla da proteggere
C'è stato un momento in cui papà Domenico ha avuto paura di sbagliare. Non perché non fosse felice di vederci giocare con i colori. Anzi, quella nostra passione lo aveva sempre emozionato. Il problema era un altro: noi non stavamo semplicemente giocando a dipingere. Con la naturale sicurezza dei bambini, dicevamo di essere grandi artisti, proprio come quelli che avevamo iniziato a conoscere attraverso i libri e le immagini. Per noi non era una battuta. Era un gioco bellissimo in cui tutto sembrava possibile. Quando passeggiavamo per il centro dell'Aquila e qualcuno salutava papà dicendo: "Allora siete voi i famosi Francesco e Ginevra!" lui pensava fosse soltanto un modo affettuoso per dire che parlava spesso di noi. Noi invece ascoltavamo quella parola con le orecchie dei bambini. Per noi "famosi" significava una cosa sola: famosi come artisti. Un giorno, lungo il corso, un amico di papà ci fece la solita domanda. Ginevra, che aveva solo cinque anni, rispose con assoluta naturalezza: "Sì, siamo noi i due famosi artisti." Papà rimase spiazzato. Non era arrabbiato. Era solo preoccupato. Aveva paura che il mondo degli adulti potesse prenderci in giro, che qualcuno potesse farci male con un giudizio o una risata. Così, poco dopo, ci prese da parte e provò a spiegarci che forse era meglio non dirlo. Secondo lui eravamo due bambini che giocavano con i colori, e questo era già qualcosa di meraviglioso. Ma Ginevra aveva cinque anni e una convinzione impossibile da spostare. Continuò per la sua strada. Un giorno arrivò persino a dire a un pittore che il suo ritratto di Frida Kahlo era fatto male, perché aveva dimenticato il monociglio. Papà sorrise, ma dentro di sé continuava a chiedersi se stesse facendo bene. Francesco invece ascoltò le parole di papà. Per un periodo dipinse meno, smise di definirsi un artista e provò anche a convincere Ginevra a fare lo stesso. Senza volerlo, papà aveva portato nel nostro piccolo mondo di gioco una regola del mondo adulto: prima di sognare bisogna dimostrare qualcosa. E forse aveva spento per un momento una piccola luce.
La partita che cambiò tutto
Qualche mese dopo, durante un pomeriggio a Piazza d'Armi, papà capì qualcosa di importante. Eravamo andati a giocare a pallone. Ginevra era in porta e un bambino della squadra avversaria segnò un gol esultando: "Gol! Ronaldo! Sono Ronaldo!" Ginevra corse da papà quasi per giustificarsi: "Papà, non sono riuscita a prenderla. Ha tirato fortissimo... è Ronaldo!" Il bambino continuava a correre felice, convinto per qualche minuto di essere il suo campione. In quel momento Francesco si avvicinò e gli disse: "Ehi, Ronaldo! La prossima volta che fai gol a mia sorella, ti coloro tutto!" Era una frase semplice. Ma per papà fu una grande lezione.
Perché un bambino può essere Ronaldo?
In quel momento papà capì una cosa che avrebbe ricordato per sempre. Nessuno trova strano un bambino che corre per un campo dicendo:"Sono Ronaldo!" Perché sappiamo che non sta facendo una promessa per il futuro. Sta giocando. Sta entrando in un sogno. E allora perché dovrebbe essere diverso per un bambino che dice: "Sono un artista"? Anche quello è un gioco. Anche quello è un modo per esplorare il mondo. Tempo dopo, il critico Cesare Orler avrebbe espresso un pensiero molto simile: se accettiamo che un bambino possa sentirsi Cristiano Ronaldo per la gioia di un gol, possiamo accettare anche che possa sentirsi un grande artista mentre crea. Non perché lo sia già. Ma perché ha il diritto di immaginarlo.
Papà diventa complice
Da quel giorno papà ha capito che il suo compito non era stabilire chi fossimo o chi saremmo diventati.
Non doveva dirci: "Avete ragione, siete grandi artisti." Ma nemmeno: "State solo giocando, smettete di crederci." Doveva semplicemente fare il papà. Accompagnarci. Proteggere quello spazio dove potevamo creare senza paura. Così ha iniziato a giocare con noi seguendo le nostre regole. Abbiamo colorato fermate degli autobus, campi da calcio, oggetti dimenticati e angoli della nostra città. Abbiamo incontrato persone curiose, artisti, critici e tanti bambini con cui condividere questo gioco. Abbiamo avuto la fortuna di portare i nostri colori in tanti luoghi diversi. Ma il regalo più grande è rimasto un altro: non aver perso la voglia di creare. Oggi sappiamo bene chi sono giganti come Picasso, Basquiat e Vedova. Sappiamo che noi siamo semplicemente Francesco e Ginevra. Due fratelli che hanno avuto la fortuna di poter giocare con i colori. E forse la cosa più bella che papà ci ha lasciato non è stata l'idea che potessimo diventare qualcosa di speciale. È stata la libertà di provare. Per questo oggi vogliamo proteggere quella stessa scintilla negli altri bambini. Non per trasformarli in artisti. Ma perché possano continuare a guardare il mondo con meraviglia. Perché nell'arte, come nel gioco, la cosa più importante non è vincere.
È continuare ad avere voglia di partecipare.
