Sono Ronaldo

01.07.2026

Il Giorno che papà sbagliò (e come Ronaldo ci ha salvati)

Dietro la critica di Cesare Orler: storia di imbarazzi, monocigli e scintille da proteggere.

C'è stato un momento in cui nostro papà, Domenico, si è sentito terribilmente in imbarazzo. Non perché non fosse felice che noi giocassimo con i colori, tutt'altro! Ma perché noi non giocavamo a fare "gli artisti e basta": noi giocavamo a fingersi i grandi dell'arte contemporanea. Per noi era normale muoverci tra i giganti come Emilio Vedova, Pablo Picasso e Jean-Michel Basquiat.

Quando passeggiavamo per il centro dell'Aquila e gli amici di papà ci incontravano dicendo: "Allora siete voi i famosi Ginevra e Francesco!", papà sapeva che quel "famosi" era solo il modo affettuoso con cui i colleghi prendevano in giro lui, un genitore innamoratissimo che a lavoro parlava sempre dei suoi figli. Ma per noi... beh, per noi quel "famosi" significava una cosa sola: famosi come artisti!

"Sì, siamo noi i due famosi artisti!"

Un giorno, lungo il corso, alla domanda di rito, Ginevra (che aveva solo 5 anni) rispose con totale naturalezza: "Sì, siamo noi i due famosi artisti". L'amico di papà rimase a bocca aperta e papà avrebbe voluto sprofondare. Poco dopo, ci prese in disparte e ci disse di non dirlo più a nessuno, perché non era vero, perché eravamo solo due bambini che giocavano con i colori.

Ginevra, troppo piccola e testarda, se ne fregò e continuò per la sua strada. Arrivò persino a dire in faccia a un pittore che esponeva in città che il suo ritratto di Frida Kahlo era "fatto male" perché mancava il monociglio!

Francesco, invece, ascoltò papà. Cominciò a dipingere di meno, a non definirsi più un artista e a chiedere anche a Ginevra di smetterla. Papà aveva introdotto una regola rigida del mondo degli adulti nel nostro mondo di sogni, lasciando in Francesco una certezza pesante: quella di non essere un vero artista.

La sfida a Piazza d'Armi: "Ti coloro tutto!"

Solo molto tempo dopo, in un pomeriggio d'estate al parco di Piazza d'Armi, papà capì il suo errore. Eravamo andati a giocare a pallone. Ginevra era in porta e, all'improvviso, un bambino della squadra avversaria segnò un gol urlando a squarciagola: "Gol! Ronaldo! Sono Ronaldo!".

Ginevra corse da papà quasi a volersi giustificare: "Papà, non sono riuscita a prenderla, ha fatto un tiro fortissimo... è Ronaldo!", mentre il piccolo avversario le saltellava intorno gridando ancora "Sono Ronaldo!".

Mentre papà consolava Ginevra, Francesco si avvicinò al bimbo e con lo sguardo fiero gli disse:

"Ehi, Ronaldo! La prossima volta che ti permetti di fare un gol alla mia sorellina, ti coloro tutto!"

Ronaldo vs Picasso ed Emilio Vedova

In quel preciso istante, papà ebbe un'illuminazione. Capì l'enorme paradosso che il critico Cesare Orler avrebbe riassunto tempo dopo: perché la società accetta un bambino che si crede Cristiano Ronaldo, ma ride di un bambino che si crede Emilio Vedova?

Papà prese Francesco in disparte e cercò di rimediare: "Francè, se quello è Ronaldo, tu e Ginevra siete Emilio Vedova e Picasso messi insieme. E lo sai che gli fanno Picasso e Vedova a Ronaldo? Fanno un quadro, se lo vendono e si comprano Ronaldo!".

Diventare complici, fare da scudo

Da quel giorno Francesco ha ripreso i pennelli, anche se con una consapevolezza diversa, più matura. Papà ha capito che l'arte dei bambini non ha bisogno di adulti che spiegano o che mettono freni, ma di complici che proteggono il gioco.

Da quel momento, papà è sceso letteralmente in campo con noi, assecondando ogni nostra "pazzia": abbiamo invaso le fermate degli autobus, interi campi da calcio, e siamo entrati in dialogo con le opere di grandi maestri come Isgrò. Oggi che la nostra città, L'Aquila, è diventata Capitale Italiana della Cultura e ospita geni come Cattelan, Liu Bolin e Ai Weiwei, noi siamo lì, pronti a lasciare la nostra scia di formichine.

Come diciamo nel nostro manifesto: il nostro scopo non è insegnare l'arte, ma chiedere ai grandi di fare da scudo per custodire la nostra scintilla innata.

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