La scintilla che cambia forma crescendo
Quando un bambino dice: "Sono un artista"
Per molti anni Francesco e Ginevra hanno avuto una certezza. Non un sogno. Non un'ambizione. Una certezza. Erano convinti di essere grandi artisti. Francesco lo diceva già quando aveva cinque anni. Lo diceva con la stessa naturalezza con cui un bambino può dire: "Da grande farò l'astronauta" oppure "un giorno giocherò in Serie A". Non c'era presunzione. Non c'era il desiderio di sentirsi importanti. C'era semplicemente un bambino che giocava. E quel gioco era così serio, così pieno di convinzione, che per lui era completamente vero. Ginevra era più piccola. Guardava suo fratello e ascoltava quelle parole. Se Francesco era un artista, allora forse lo era anche lei. E forse, in un certo senso, lo erano davvero. Non perché avessero già trovato un posto nel mondo dell'arte. Non perché qualcuno potesse sapere cosa sarebbero diventati. Ma perché possedevano una cosa preziosa: la libertà di creare senza chiedersi prima se ne avessero il diritto.
Il gioco non è una bugia
Per un bambino il gioco non è una finzione. È un modo per conoscere il mondo. Quando un bambino corre dietro a un pallone e immagina di essere un grande campione, nessuno gli chiede di dimostrare di esserlo davvero. In quel momento non sta mentendo. Sta esplorando una possibilità. Sta provando a vedere chi potrebbe diventare. Quando un bambino prende un pennello e dice: "Sono un artista", sta facendo la stessa cosa. Non sta facendo una promessa per il futuro. Sta dicendo: "Questo modo di guardare il mondo mi appartiene." Per alcuni anni Francesco e Ginevra hanno vissuto proprio lì. In quello spazio libero dove un foglio bianco poteva diventare una storia, un colore poteva diventare un'emozione e un'idea nata per gioco poteva incontrare altre persone.
Quando il niente è diventato qualcosa
Uno degli episodi che più racconta Francesco bambino è nato da una parola. "Niente." In seconda elementare la maestra chiese alla classe di illustrare la favola di Gianni Rodari "L'omino di niente". Davanti a quella parola Francesco si trovò davanti a una domanda semplice: Come si può disegnare il niente? Forse un adulto avrebbe cercato un'immagine. Un simbolo. Qualcosa che spiegasse quella parola. Francesco fece un ragionamento diverso. Forse il niente non aveva bisogno di essere disegnato. Forse poteva essere lasciato. Così aprì uno spazio nel foglio del quaderno. Non riempì la pagina. Creò un vuoto. Era un gesto semplice. Ma raccontava qualcosa di importante: la capacità di guardare una cosa conosciuta da un punto di vista nuovo. Da quell'idea nacque poi un incontro con il Maestro Alfredo Rapetti Mogol. Quel piccolo spazio sul quaderno diventò un'opera su tela. Nacque l'Omino di Niente. Ma Francesco sentiva che mancava ancora qualcosa. Anche quel piccolo personaggio aveva bisogno di un sentimento. Così nascose un cuore sul retro dell'opera. Un cuore che non si vede subito, ma appare quando la tela viene osservata in controluce. Alla fine Francesco e Ginevra scrissero la parola "niente" su tutta la superficie. E così nacque un quadro pieno di niente. E forse proprio per questo pieno di possibilità.
Poi arriva il dubbio
Crescendo succede qualcosa. Arriva il confronto. Arriva lo sguardo degli altri. Arriva la scoperta che esistono artisti che hanno dedicato una vita intera alla ricerca, persone studiate nei libri, opere entrate nella storia. E allora quella certezza dei bambini cambia. Non perché fosse sbagliata. Perché stanno crescendo. Francesco è stato il primo ad accorgersene. Intorno ai dieci anni ha iniziato a guardare quella frase con occhi diversi. "Forse sono davvero un grande artista?" Oppure: "Sono semplicemente un bambino che ama creare?" Era arrivato il momento delle domande. Per un periodo Ginevra ha continuato a ripeterlo. E quando suo fratello iniziava a dubitare, era lei a ricordargli: "Ma tu sei un artista." Non un artista famoso. Non un artista come Emilio Vedova o Jean-Michel Basquiat. Semplicemente una persona che sente il bisogno di creare.
L'artista che cresce insieme al bambino
Forse per tanto tempo abbiamo fatto la domanda sbagliata. Ci siamo chiesti: "Diventeranno davvero grandi artisti?" Oggi pensiamo che forse la domanda più importante sia un'altra: "Che cosa rimane di quel bambino che creava senza paura?" Forse quella parte non scompare. Cambia forma. A cinque anni può essere la sicurezza di dire: "Ho fatto un capolavoro." A dieci anni può diventare il coraggio di continuare anche quando arrivano i dubbi. Da adulti potrà essere altro ancora. Potrà essere la capacità di immaginare una soluzione. Di vedere una possibilità dove altri vedono solo un problema. Di guardare il mondo con curiosità.
Un secondo tempo
Forse non è un caso che oggi Ginevra abbia iniziato a guardare le cose in modo diverso. Davanti a due vecchi palloni consumati, destinati a essere buttati, non ha visto due oggetti rovinati. Ha visto due compagni di gioco. Ha detto: "Non ti permettere. Non buttare i miei palloni." Da quella frase è nato "Secondo Tempo". Non un progetto nato per dimostrare qualcosa. Un gesto nato dal desiderio di dare una nuova possibilità a qualcosa che sembrava finito. Forse questo è il cambiamento più grande. Da piccoli Francesco e Ginevra volevano dimostrare di essere artisti. Oggi forse stanno imparando qualcosa di ancora più difficile: guardare il mondo con occhi capaci di vedere possibilità.
Una scintilla da custodire
Non sappiamo se Francesco e Ginevra diventeranno artisti. E forse questa non è nemmeno la domanda più importante. Potrebbero continuare a creare. Potrebbero scegliere strade completamente diverse. Potrebbero cambiare idea tante volte. Qualunque cosa accadrà, resterà una cosa preziosa: hanno vissuto un periodo della loro vita in cui hanno avuto il permesso di immaginare senza paura. Hanno scoperto che creare non significa soltanto realizzare qualcosa di bello. Significa avere un'idea e provare a darle una forma. Significa condividere. Significa incontrare qualcuno lungo il cammino. Oggi il loro desiderio è che anche altri bambini possano avere uno spazio dove inventare, meravigliarsi e giocare. Non per diventare artisti. Ma per vivere pienamente la propria infanzia. Perché forse la vera sfida non è diventare qualcosa. È custodire quella scintilla mentre si cresce.
La scintilla che hanno riacceso anche in me
Questa storia parla di Francesco e Ginevra. Ma parla anche di un papà. Quando tutto è iniziato, io cercavo soprattutto di proteggerli. A volte temevo che si illudessero. Pensavo che il mio compito fosse riportarli con i piedi per terra. Poi ho capito che forse un bambino non ha bisogno di qualcuno che spenga la fantasia per proteggerlo. Ha bisogno di qualcuno che lo accompagni mentre scopre il mondo. Io ho imparato a rispondere: "Sì, facciamo." Non perché ogni idea debba diventare qualcosa di grande. Ma perché ogni idea merita almeno un momento in cui può esistere. La cosa più importante che i miei figli mi hanno insegnato non è stata l'arte. È stata la possibilità di guardare ancora il mondo con curiosità. Perché crescendo a volte non perdiamo la capacità di creare. Semplicemente dimentichiamo quanto fosse bello farlo senza paura. Loro hanno riacceso quella parte anche dentro di me. E forse questo è il regalo più grande che un figlio possa fare a un genitore: ricordargli qualcosa che aveva dimenticato.
Papà Domenico
