Basta Bullismo

25.06.2026

A L'Aquila l'arte contro il bullismo: l'installazione dei Fratellini Margiotta

Tutto è iniziato con una piccola benda sull'occhio.

Per Ginevra, quel presidio medico necessario a correggere uno strabismo congenito è stato, fin da piccolissima, qualcosa con cui convivere ogni giorno. Un dettaglio del suo aspetto che, agli occhi di alcuni bambini, è diventato un motivo per prenderla in giro. Per fortuna, nei primi anni Ginevra non ha vissuto pienamente il peso di quelle parole. Ma quando il fenomeno è diventato più evidente, come famiglia abbiamo provato prima di tutto il desiderio naturale di proteggerla e denunciare ciò che stava accadendo. Poi abbiamo scoperto qualcosa che ci ha fatto guardare la situazione da un'altra prospettiva: la bambina che aveva ferito Ginevra era stata a sua volta vittima di bullismo. In quel momento abbiamo capito che il problema non era semplicemente trovare un colpevole. Il bullismo spesso è una catena che passa da una persona all'altra, una ferita che rischia di essere trasmessa. Per interromperla non basta indicare chi ha sbagliato. Bisogna provare a cambiare il modo in cui ci guardiamo. Così, dalla nostra città, L'Aquila, abbiamo deciso di lanciare un messaggio attraverso l'arte. Alle prime luci dell'alba, nel silenzio del centro storico, è comparsa un'installazione semplice: una tela, un cavalletto, un banco e una sedia scolastica. Sul banco c'erano i disegni di Ginevra e una frase ispirata alle parole di Martin Luther King: "I have a dream: basta bullismo." Abbiamo scelto quell'ora perché una piazza vuota racconta bene una sensazione che molte vittime conoscono: quella di sentirsi sole, isolate, come se il mondo intorno fosse improvvisamente lontano. Poi la città si è svegliata. Ed è successo quello che per noi rappresenta il significato più profondo dell'Arte Randagia. Le persone hanno iniziato a incontrare l'opera e, poco alla volta, hanno portato via con sé i suoi elementi: il banco, la sedia, il cavalletto, la tela. A prima vista poteva sembrare una perdita. Per noi era il completamento dell'opera. Perché quell'installazione non era nata per rimanere ferma in una piazza, ma per viaggiare nelle case e nelle persone. L'opera fisica poteva sparire. Il messaggio no. Quel giorno Ginevra è tornata a casa con qualcosa di più grande di un ricordo: la consapevolezza che una difficoltà vissuta sulla propria pelle può trasformarsi in un gesto di cura verso gli altri. Non più soltanto una bambina da proteggere. Ma una bambina capace, insieme agli altri, di proteggere qualcuno.

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