
L'omino di niente
Dall'illustrazione su un quaderno di scuola alla tela d'arte contemporanea
L'Omino di Niente: quando il vuoto diventa un'opera d'arte
Tutto è iniziato in seconda elementare, quando a Francesco fu chiesto di illustrare la celebre favola di Gianni Rodari "L'omino di niente". Davanti a quella parola così particolare, Francesco cercò un modo diverso per rappresentarla.
Come si può disegnare il niente?
La sua risposta fu semplice: forse il niente non si disegna, forse si può lasciare uno spazio vuoto.
Così, invece di riempire la pagina del quaderno, decise di aprirla, creando un piccolo vuoto nel foglio. Un gesto nato dal gioco e dalla curiosità di un bambino, che ci fece riflettere su come anche un'assenza possa diventare un'immagine.
Dal quaderno alla tela: l'incontro con Alfredo Rapetti Mogol
Raccontammo quell'episodio al Maestro Alfredo Rapetti Mogol, chiedendogli di aiutarci a trasformare quell'idea in un'opera su tela. Il Maestro ha tracciato il profilo dell'omino e Ginevra ha seguito quella sagoma, creando il corpo del personaggio attraverso una serie di aperture nella tela.
Era nato l'Omino di Niente.
Francesco, però, sentiva che mancava ancora qualcosa: anche quel piccolo personaggio aveva bisogno di un sentimento.
Così ha nascosto un cuore sul retro dell'opera. Un cuore che non si vede subito, ma che appare quando la tela viene osservata in controluce.
Infine, con grandissima pazienza, Francesco e Ginevra hanno scritto la parola "niente" su tutta la superficie della tela. È così che l'omino, oltre a un cuore segreto, ha trovato la sua perfetta dimora: il quadro pieno di niente.





